Oltre la Caverna

Falsi miti

Il Nietzsche che Hitler non lesse mai

Alex Brighenti6 Luglio 2026

9 min di lettura

Il Nietzsche che Hitler non lesse mai

Pochi casi nella storia del pensiero occidentale illustrano meglio il pericolo della decontestualizzazione filosofica quanto quello di Friedrich Nietzsche e il nazismo. Il filosofo tedesco, morto nel 1900 dopo anni di malattia mentale, non avrebbe mai potuto assistere all'ascesa di Adolf Hitler. Eppure il suo nome fu invocato, le sue parole furono citate e la sua immagine venne appropriata dal Terzo Reich come se fosse stato un precursore dell'ideologia nazionalsocialista.

Si trattò di una delle più grandi manipolazioni filosofiche della storia contemporanea. Nietzsche non era nazista. Non era antisemita. Non era nazionalista tedesco. Al contrario, il suo pensiero si poneva in netto contrasto con tutte queste posizioni. Eppure, per decenni, la sua filosofia rimase imprigionata in un'immagine distorta, costruita con pazienza da chi aveva tutto l'interesse a riscriverne l'eredità.

I. L'appropriazione nazista: come accadde

Quando Nietzsche precipitò nella follia nel gennaio del 1889 a Torino — secondo la celebre leggenda, dopo aver abbracciato un cavallo frustato in Piazza Carlo Alberto — la custodia delle sue opere e del suo archivio passò nelle mani della sorella, Elisabeth Förster-Nietzsche. Figura spesso trascurata dalla filosofia accademica, divenne il fulcro di una delle più grandi distorsioni intellettuali del Novecento.

A differenza del fratello, Elisabeth era una convinta antisemita. Aveva sposato Bernhard Förster, sostenitore del pangermanesimo, con il quale tentò di fondare in Paraguay una colonia ariana chiamata Nueva Germania. Il progetto fallì, Förster si tolse la vita ed Elisabeth tornò in Germania decisa a trasformare Nietzsche nel simbolo delle proprie convinzioni ideologiche.

Con notevole determinazione e scarso rispetto per l'integrità filologica, fondò il Nietzsche-Archiv a Weimar e assunse il controllo completo dei manoscritti e della corrispondenza del fratello. Selezionò, modificò e riordinò i testi, eliminando i passaggi scomodi ed enfatizzandone altri fuori dal loro contesto originario. Nel 1901 pubblicò La volontà di potenza, un volume postumo costruito assemblando appunti e frammenti che Nietzsche aveva scartato o mai destinato alla pubblicazione. Presentato come il suo capolavoro incompiuto, divenne uno dei principali strumenti attraverso cui il nazismo rivendicò Nietzsche come proprio filosofo.

Quando Hitler visitò il Nietzsche-Archiv nel 1934 e posò accanto al busto del filosofo, la trasformazione era ormai compiuta. Elisabeth — morta nel 1935 dopo aver ricevuto gli onori di Stato dal Führer — aveva consegnato al nazismo un pensatore che, se fosse stato vivo, lo avrebbe quasi certamente ripudiato con il suo consueto sarcasmo.

II. Chi era davvero Nietzsche: il pensiero autentico

Per smontare questo equivoco è necessario tornare al Nietzsche autentico, quello che emerge dalle opere pubblicate e dai manoscritti originali. Ciò che appare è una filosofia profondamente incompatibile con il nazismo sotto ogni aspetto fondamentale.

Il rifiuto del nazionalismo e della «razza tedesca»

Nietzsche guardava al nazionalismo tedesco con profondo disprezzo, considerandolo un'espressione dello spirito gregario e della mediocrità collettiva. Nei suoi scritti la Germania come ideale politico e culturale viene ripetutamente criticata e ridicolizzata. In diverse opere attacca il patriottismo esasperato e la vanità nazionale, ritenendoli sintomi di un impoverimento culturale. Nella terza dissertazione della Genealogia della morale scrive:

Il fatto che ogni specie di furfanteria di pensiero non resti senza successo nella Germania di oggi, dipende dallo squallore con l'andar del tempo incontestabile e già palmare dello spirito tedesco, di cui cerco la causa in una eccessivamente esclusiva nutrizione di giornali, di politica, di birra e musica wagneriana, con in aggiunta ciò che costituisce il presupposto di questa dieta: in primo luogo, la chiusura nazionale e la vanità nazionale, il robusto ma angusto principio «Deutschland, Deutschland über alles», e in seguito poi la paralysis agitans delle «idee moderne».

Si definiva, per polemica genealogica, polacco di sangue e non tedesco: un modo per prendere le distanze da ogni forma di identità nazionale germanica.

L'Übermensch: l'opposto dell'uomo ariano

Il concetto di Übermensch — il «superuomo» — fu uno dei più violentati dal nazismo. Per Nietzsche, l'Übermensch era un ideale filosofico e spirituale: l'individuo capace di creare i propri valori, di superare il nichilismo, di affermare la vita in tutta la sua complessità e contraddizione. Non aveva nulla a che fare con la biologia, la razza o la purezza etnica. Era un concetto estetico e morale, non genetico.

Il guerriero ariano del nazismo — obbediente, conformista, inserito nella massa della Volksgemeinschaft — era precisamente l'opposto dell'Übermensch nietzschiano, che disprezzava il gregge e l'obbedienza cieca come manifestazioni della morale degli schiavi.

La critica al totalitarismo e allo Stato

In Così parlò Zarathustra, nel capitolo Del nuovo idolo, Nietzsche definisce lo Stato «il più freddo di tutti i mostri freddi». Lo descrive come un'entità che pretende di incarnare il popolo, ma che in realtà uniforma gli individui e ne limita la capacità creativa. Pur non potendo prevedere i totalitarismi del Novecento, questa critica dello Stato come forza omologante si è rivelata radicalmente incompatibile con sistemi politici fondati sul culto dello Stato e sull'annullamento dell'individuo, come il nazionalsocialismo.

III. Nietzsche contro l'antisemitismo: le parole del filosofo

Se il nazionalismo e il culto dello Stato erano già incompatibili con Nietzsche, è sull'antisemitismo che il contrasto raggiunge i toni più netti. La Genealogia della morale — pubblicata nel 1887, tredici anni dopo la fondazione della Lega antisemita tedesca, in piena ondata di nazionalismo razzista — contiene alcune delle più dure condanne dell'antisemitismo mai scritte da un filosofo europeo del suo tempo.

Nietzsche identificava l'antisemitismo come una manifestazione paradigmatica di ciò che chiamava ressentiment: il rancore impotente dei deboli che, non potendo affermare se stessi, trovano identità e forza nel negare e odiare gli altri. Gli antisemiti, nella sua analisi, erano l'esempio perfetto della morale degli schiavi: incapaci di creare, capaci solo di distruggere; incapaci di amare ciò che sono, capaci solo di odiare ciò che non sono.

Le citazioni che il nazismo non volle mai leggere

Dalla Genealogia della morale, Nietzsche scriveva con inequivocabile chiarezza:

Non sopporto neppure questi novissimi speculatori in idealismo, gli antisemiti, che strabuzzano oggi i loro occhi alla maniera del cristiano-ariano galantomismo e, mercé l'abuso, giunto al limite della pazienza, di un mezzo d'agitazione assai a buon mercato — l'atteggiarsi moralistico —, cercano di eccitare tutti gli elementi da-bestiame-cornuto del popolo.

— Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale

In questo schema, l'antisemita moderno — che odia per rancore impotente, che reagisce invece di creare — è precisamente un figlio di quella stessa morale degli schiavi contro cui Nietzsche polemizza per l'intero testo.

Nelle lettere private la posizione era ancora più diretta. In una lettera del 29 marzo 1887 all'amico Franz Overbeck, Nietzsche definisce il movimento antisemita un oggetto di «orrore» e prende esplicitamente le distanze dagli agitatori antisemiti del suo tempo, rifiutando qualsiasi associazione con le loro posizioni.

Ho in orrore questo movimento antisemita…

IV. Perché il fraintendimento persistette così a lungo

La domanda che rimane è: perché il mito durò tanto? La risposta ha molte sfaccettature.

Prima di tutto, lo stile di Nietzsche si presta alla citazione decontestualizzata. Scriveva per aforismi, paradossi, iperboli volutamente provocatorie. Frasi come «Dio è morto» o «vivi pericolosamente», isolate dal loro contesto filosofico, diventano slogan. E il nazismo fu un regime costruito sugli slogan.

In secondo luogo, per decenni il Nietzsche-Archiv controllato da Elisabeth Förster-Nietzsche rimase la principale fonte disponibile agli studiosi. Senza accesso ai manoscritti originali era estremamente difficile distinguere i testi autentici dalle selezioni, modifiche e ricomposizioni operate dalla sorella.

Solo dopo la Seconda guerra mondiale, grazie all'edizione critica curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari a partire dagli anni Sessanta, il corpus nietzschiano fu restituito alla sua integrità. Il loro lavoro filologico rese definitivamente evidente l'entità delle manipolazioni editoriali e permise di riscoprire la reale complessità del pensiero di Nietzsche.

V. Un filosofo restituito

L'associazione tra Nietzsche e il nazismo è molto più di una curiosità storica. Rimane una lezione permanente sui rischi dell'appropriazione politica della filosofia e sulla violenza interpretativa che può essere esercitata su un autore quando interessi ideologici prendono il controllo della sua eredità.

Nietzsche era il filosofo dell'individuo contro il gregge, della vita contro il nichilismo e dell'eccellenza spirituale contro la mediocrità. Rifiutava il nazionalismo, derideva l'antisemitismo e definiva lo Stato «il più freddo di tutti i mostri freddi». La sua filosofia è esigente, spesso inquietante e volutamente paradossale, ma è proprio questa complessità a renderla ancora oggi così viva.

Il nazismo aveva bisogno di un filosofo. Scelse Nietzsche perché il suo linguaggio era potente e perché la sua eredità letteraria finì nelle mani sbagliate. Ma il Nietzsche autentico — quello che emerge dalle opere non manipolate, dalle lettere e dall'intera profondità del suo pensiero — avrebbe quasi certamente considerato il nazionalsocialismo come una delle più volgari, intellettualmente povere e risentite espressioni della morale degli schiavi.

Là dove lo Stato finisce, comincia l'uomo che non è superfluo […] Là dove lo Stato cessa — guardate un po', fratelli! Non lo vedete l'arcobaleno e i ponti del superuomo?

— Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra