PIACERE E FELICITÀ
Il piacere "del" e "nel" necessario
Alessio Berlanda — 3 Giugno 2026

Nel linguaggio comune il piacere viene spesso associato all'abbondanza: una tavola ricca, il lusso, il successo, il soddisfacimento di ogni desiderio. Eppure alcuni autori dell'antichità suggeriscono il contrario. La felicità non nasce dall'avere di più, ma dal comprendere ciò che è davvero necessario.
Tra questi spicca Epicuro, che pone il piacere al centro della propria etica. Il suo edonismo, però, è lontanissimo dall'immagine volgare di una ricerca sfrenata di godimenti. Per Epicuro il piacere autentico si identifica con due condizioni essenziali: l'aponia (assenza di dolore nel corpo) e l'atarassia (assenza di turbamento nell'anima).
Ma il segreto per raggiungere queste condizioni di serenità parte anzitutto dalla capacità di distinguere i desideri. Alcuni sono essenziali alla vita e al benessere; altri possono rendere l'esistenza più piacevole senza essere necessari; altri ancora - come la ricerca della fama, del potere o della ricchezza - non hanno un limite naturale e rischiano dunque di trasformarsi in una fonte inesauribile di inquietudine.
La saggezza consiste perciò nel riconoscere la differenza tra ciò di cui abbiamo realmente bisogno e ciò che semplicemente desideriamo. Questa idea emerge chiaramente in un frammento di Epicuro conservato dal filologo tedesco Hermann Usener:
Fremo di piacere in tutto il corpo quando vivo di pane e acqua, e sputo sui piaceri della lussuria, non per loro stessi, ma a causa degli inconvenienti che portano con sé.
Non si tratta di un invito all'ascetismo, bensì della consapevolezza che il massimo del piacere risiede spesso nella semplicità, perché libera l'uomo dalla schiavitù di piaceri superflui e di breve durata.
Una riflessione analoga emerge anche in Cicerone che, nelle Tusculanae Disputationes, racconta tramite alcuni episodi emblematici come il valore di ciò che desideriamo dipenda spesso dalla nostra condizione più che dall'oggetto stesso.
Al paragrafo 34 del libro V ricorda ad esempio il re dei Persiani Dario che, durante la fuga in seguito a una sconfitta, bevve dell'acqua torbida e contaminata dai cadaveri, arrivando a dire di non aver mai bevuto nulla di più piacevole.
Si capisce allora che, nell'esempio di Cicerone, non è l'oggetto a cambiare valore, ma il bisogno di chi lo riceve. Come un bicchiere d'acqua può dare più gioia di un banchetto quando la sete è autentica, un pezzo di pane può essere più gratificante di una tavola imbandita quando si ha realmente fame.
Epicuro e Cicerone, pur partendo da prospettive differenti, convergono così su un'intuizione profonda: il piacere non cresce indefinitamente con l'accumulo di beni. Nasce invece dall'incontro tra un bisogno autentico e il suo soddisfacimento.
Questa discussione trova però un riscontro anche nella psicologia contemporanea. A partire dal 1943, Abraham Maslow elaborò e sviluppò negli anni successivi la celebre gerarchia dei bisogni umani, spesso rappresentata come una piramide.
Alla sua base si trovano i bisogni fisiologici: cibo, acqua, sonno, riparo e salute. Solo quando questi risultano adeguatamente soddisfatti l'individuo può rivolgersi ai livelli superiori: sicurezza, appartenenza, stima ed infine autorealizzazione.
Maslow non condivide l'edonismo razionale di Epicuro, ma riconosce anch'egli il ruolo fondamentale dei bisogni essenziali nella costruzione di una vita soddisfacente. La sua è una teoria prevalentemente descrittiva, volta a comprendere il funzionamento della motivazione umana. Tuttavia, il messaggio che emerge è sorprendentemente vicino a quello del filosofo greco: una vita equilibrata non può essere costruita ignorando ciò che è realmente necessario.
In un'epoca che continuamente ci spinge a desiderare di più, Epicuro, Cicerone e Maslow ci ricordano che i piaceri più appariscenti finiscono spesso per distoglierci da ciò che ci appaga realmente. Il valore delle cose non dipende dalla loro rarità o dal loro prezzo, ma dal bisogno autentico che soddisfano.
Forse, talvolta, la filosofia comincia proprio da qui: dal comprendere perché un semplice bicchiere d'acqua possa valere più di un banchetto.
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