FILOSOFIA DELLA CONOSCENZA
La radicalizzazione della certezza: un ponte tra Parmenide e il solipsismo
Alessio Berlanda — 9 Giugno 2026

Nel corso della storia della filosofia, pochi pensatori hanno mostrato tanto fiducia assoluta nella ragione quanto al contrario rifiuto totale dei sensi come nel caso di Parmenide. Il filosofo eleate, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., costruisce infatti una delle più rigorose e estremizzate difese del pensiero razionale mai elaborate, arrivando a mettere in discussione tutto ciò che i sensi sembrano mostrarci.
Nel suo poema Sulla natura, Parmenide contrappone la via della verità (aletheia) e con quella della cosiddetta “opinione” (doxa). E mentre la prima è la via della ragione, l'unica capace di condurre alla conoscenza autentica, la seconda risulta, sebbene seguita dalla maggior parte degli uomini, falsa ed ingannevole poiché legata al cambiamento e ai contrari (come luce e notte).
L'essere appartenente alla verità risulta dunque unico, eterno, immutabile e necessario. Tutto ciò che appare diverso, mutevole o molteplice appartiene soltanto al regno della doxa, e quindi del falso.
A partire dal 1500 però, una forma diversa ma altrettanto radicale di sfiducia verso l'esperienza sensibile emerge nel solipsismo. Questa posizione filosofica sostiene che l'unica realtà di cui possiamo essere assolutamente certi sia la nostra coscienza, mentre che tutto ciò che appartiene al mondo esterno, come le persone attorno a noi o persino la storia stessa potrebbe essere semplici estensioni e rappresentazioni della propria coscienza.
Naturalmente, collegando i due concetti, non si può affermare che Parmenide sia un solipsista: l'essere che quest’ultimo predica non coincide nè con il soggetto dell'individuo singolare solipsista nè tantomeno con la coscienza personale. Tuttavia tra le due prospettive esiste un interessante punto di contatto: entrambe nascono infatti dal tentativo di trovare una certezza assoluta rifiutando ciò che appare incerto.
Ed ecco che come Parmenide diffida dei sensi perché mostrano una realtà mutevole e contraddittoria, il solipsista diffida dell'esperienza perché non può dimostrare con assoluta certezza l'esistenza di qualcosa al di fuori della propria mente e coscienza; in entrambi i casi comunque il sapere comune viene messo in discussione e l'opinione condivisa perde il suo valore di prova reale.
Sebbene le differenze restino profonde, si potrebbe dire che il solipsismo rappresenti una sorta di radicalizzazione moderna di quella ricerca della certezza che già animava Parmenide nella totale ragione. Dove il filosofo eleate concludeva che esiste necessariamente un essere unico e immutabile, il solipsista restringe ulteriormente il campo della certezza fino alla sola coscienza individuale.
Forse il fascino di queste due posizioni risiede proprio nella domanda che pongono ancora oggi: fino a che punto possiamo fidarci di ciò che vediamo, ascoltiamo e percepiamo tutto attraverso i sensi? E cosa rimane della realtà quando decidiamo di mettere radicalmente in dubbio tutto ciò che essi ci mostrano?
Parmenide e il solipsismo offrono risposte diverse, ma condividono la stessa ambizione: trovare un fondamento così solido da non poter essere messo in dubbio. Una ricerca che continua ad accompagnare la filosofia da oltre due millenni e che, ancora oggi, ci costringe a interrogarci sul rapporto tra realtà, pensiero e verità.
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