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Etica

Una vita degna di essere vissuta: da Marco Aurelio all’eterno ritorno di Nietzsche

Alessio Berlanda27 Luglio 2026

5 min di lettura

Una vita degna di essere vissuta: da Marco Aurelio all’eterno ritorno di Nietzsche

Il pensiero della morte e del vuoto che essa può rappresentare ha molte volte ispirato l’essere umano nel tentativo di lasciare qualcosa che potesse in qualche modo diventare eterno, o meglio, durare anche dopo la propria morte, affinché qualcuno potesse in futuro richiamarne la memoria.

C’è invece chi ha scelto una strada diversa: chi, piuttosto che dedicare le proprie azioni a qualcosa di immortale, si è concentrato sul concretizzare la propria vita nel presente, senza alcuna pretesa di un ricordo futuro, ma piuttosto senza alcun rimorso per il passato.

In questa visione si inserisce lo stoicismo e, nello specifico, Marco Aurelio, che tra i seguaci della dottrina della Stoà fece di quest’ultimo principio il pilastro della propria etica.

Nei Pensieri, l’imperatore fa emergere in molti dei suoi aforismi un costante invito a vivere ogni giornata come se fosse l’ultima. Il messaggio che traspare dalla lettura di queste celebri riflessioni non è però di angoscia o disperazione di fronte a un tempo fuggevole e imprendibile, quasi come il carpe diem di Orazio, maggiormente incentrato sulla fuggevolezza del domani e sulla certezza dell’oggi, ma al contrario di serenità e consapevolezza del proprio operato.

«Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo» non significa fare tutto ciò che si è sempre desiderato in un solo giorno per paura del domani o del futuro, poiché, razionalmente, questo non renderebbe il nostro modo di vivere né migliore né più logico.

Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo significa, invece, agire in modo tale che, se il domani non arrivasse, si potrebbe guardare alla giornata appena trascorsa senza il peso del rimorso: non perché tutto sia andato come desiderato, ma perché ciò che dipendeva da noi è stato affrontato nel modo migliore possibile.

Da questo punto si comprende uno degli aspetti più profondi dello stoicismo: ciò che conferisce valore a una vita non è la sua durata, bensì il modo in cui viene vissuta. E per raggiungere la piena consapevolezza di una vita vissuta bene bisogna sviluppare una serenità tale da accettare anche l’impossibilità di vivere il domani, restando però soddisfatti dell’oggi.

Quasi due millenni dopo, questa consapevolezza etica viene raccolta, accolta e trasformata da Friedrich Nietzsche in una prospettiva più ampia e profonda: se per Marco Aurelio il metro etico con cui giudicare la propria esistenza è chiedersi se si potrebbe accettare serenamente che il domani non arrivi, Nietzsche spinge questa riflessione fino al suo estremo opposto.

Ne La gaia scienza, il filosofo immagina che un demone si presenti a un uomo annunciandogli che ogni singolo istante della sua vita, ogni gioia, ogni dolore, ogni errore e ogni scelta saranno destinati a ripetersi tali e quali per un numero infinito di volte: si tratta del celebre concetto dell’eterno ritorno.

A primo impatto, l’annuncio conferito dal demone potrebbe sembrare una condanna eterna nel rivivere il passato senza più fine. Ma, scavando nel testo, Nietzsche non propone tanto una teoria cosmologica sulla vita, quanto una prova esistenziale basata unicamente su una domanda che pone all’interlocutore e, sotto sotto, al lettore: accetteresti di vivere questa stessa vita, esattamente così com’è, per l’eternità?

Dunque, se nello stoicismo il pensiero della morte diventa il mezzo per dare valore al presente con serenità riguardo al proprio agire, in Nietzsche è invece l’idea dell’eternità a conferire un peso immenso a ogni singola scelta: non è più sufficiente vivere una giornata senza rimpianti perché potrebbe essere l’ultima; bisogna vivere in modo tale da desiderare che quella stessa giornata e quelle stesse scelte compiute possano ripetersi infinite volte.

Il confronto tra i due pensieri rivela così una sorprendente vicinanza per quanto riguarda il risultato etico nelle azioni compiute.

Entrambi invitano a fondare la propria esistenza sulla consapevolezza e sulla serenità di fronte alla possibilità che ciò che si sta vivendo possa non continuare, ma lo fanno percorrendo strade opposte: Marco Aurelio parte dalla finitezza della vita e dal suo incerto aspetto temporale, ipotetico ma senza possibilità di ritorno; Nietzsche parte invece dalla possibilità della sua infinita ripetizione, escludendo una fine definitiva come nella prospettiva di Marco Aurelio, ma immaginando al contrario un eterno ritorno.

Il primo usa come strumento la morte, il secondo l’eternità.

In entrambi i casi, tuttavia, il valore dell’esistenza non dipende dalla quantità del tempo che ci è concesso, né dal suo possibile proseguimento dopo la morte, bensì dalla qualità delle scelte che compiamo in ogni istante: guardando indietro per formare consapevolezza e serenità, ma guardando al futuro per non perderle e continuare nel proprio percorso di crescita.