Filosofia politica
Cittadini del mondo: il cosmopolitismo da Alessandro Magno all'età contemporanea
Santiago Rosà — 20 Luglio 2026
5 min di lettura
Una delle idee che ci paiono più conformi al mondo odierno è indubbiamente il cosmopolitismo, ovvero l’idea che ogni uomo sia cittadino universale del mondo. Ciò è rafforzato da molte realtà contemporanee, quali la globalizzazione, la diffusione globale dei mass media e le associazioni internazionali come le Nazioni Unite. Tuttavia, molti potrebbero rimanere colpiti dall’antichità di questa idea e dal fatto che essa trovi uno dei suoi primissimi esponenti in una delle personalità più eminenti della storia.
È del tutto innegabile l'immenso impatto avuto dalla figura di Alessandro Magno sul corso della storia: la sua fama attraversa i secoli e i millenni e la ragione principale di questa popolarità sono le sue conquiste smisurate e la sua fama da comandante leggendario, imbattuto per tutta la sua breve vita. Ma spesso tendiamo a dimenticare l'altro aspetto fondamentale del condottiero macedone: il suo più grande progetto, mai realizzato, fu la fusione culturale, politica e sociale tra i Greci conquistatori e i popoli "barbari" sottomessi.
È proprio in questo che Alessandro si distacca da qualsiasi altra figura politica a lui precedente: egli non porta avanti una semplice politica matrimoniale per legittimare il governo dei vincitori sui vinti, ma piuttosto un vero e proprio progetto di fusione e integrazione non unidirezionale. Ciò è testimoniato dal fatto che lo stesso Alessandro non solo diffuse la cultura e la filosofia greca nel mondo allora conosciuto, ma anche adottò costumi e tradizioni dei popoli ormai parte del suo vastissimo impero, come la prosternazione persiana.
In questo senso non sarebbe poi così azzardato definire il più celebre dei re macedoni come uno dei primi esempi di sovrano cosmopolita, termine per la prima volta associato a Diogene il Cinico, il quale, quando gli fu chiesto quale fosse la sua patria, rispose che essa fosse il mondo, di cui lui era cittadino. L'ideale trovò grande fortuna nel panorama ellenistico successivo alla morte di Alessandro, quando il modello elitario della polis greca non era più conforme a uno sconfinato impero multietnico.
In particolare, la scuola di pensiero che entrò maggiormente in sintonia con l’ideale cosmopolita fu quella stoica, convinta dell’esistenza di un logos universale presente in tutte le cose, che permette di stabilire una comune natura razionale in ogni uomo tramite la cosiddetta sympatheia, la connessione universale che porta al riconoscimento dell’eguaglianza dell’altro. Tanto forte fu tale ideale nella visione stoica che Zenone di Cizio teorizzò un modello politico, la politeia, nel quale il cittadino universale è sottoposto alla legge della ragione.
Il cosmopolitismo rimase radicato nel pensiero stoico fino alle sue espressioni romane: Cicerone lo interpretò in chiave utilitaristica (Patria est ubicumque est bene, "La patria è dovunque vi sia il bene"), mentre Marco Aurelio immaginò un Impero universale da lui governato.
Tralasciando alcune influenze cosmopolite nel pensiero di Agostino e il suo universalismo ecumenico, nei secoli successivi l’idea sembra scomparire dal panorama europeo, ormai quasi interamente suddiviso in una costellazione di regni e possedimenti feudali. Una grande eccezione è rappresentata da Erasmo da Rotterdam, il quale arrivò a rifiutare la cittadinanza zurighese, tanto forte era la sua convinzione nel concetto di civis totius mundi, concepito con chiare influenze stoiche.
La grande rinascita del cosmopolitismo avvenne nel Seicento e nel Settecento, durante l'Illuminismo. Kant percorse tuttavia una strada più moderata: nella Pace Perpetua teorizzò il diritto cosmopolita come garanzia di una pacifica convivenza globale basata sui diritti universali dell'uomo, senza abbandonare l'esistenza degli Stati nazionali.
Il cosmopolitismo trovò nuova fortuna a metà Ottocento attraverso la figura di Karl Marx, sebbene principalmente in senso economico e di classe. Marx chiamò i lavoratori di tutti i paesi a unirsi nel celebre Manifesto del Partito Comunista. Allo stesso tempo, considerava il cosmopolitismo politico come espressione dell'oppressione borghese.
Come affermato all'inizio, oggi il cosmopolitismo non può non risuonare profondamente in noi — uomini e donne del XXI secolo che, grazie alle nuove tecnologie che ci connettono all'intero globo, agli organi di governo internazionali e all'emergere di sfide globali come la crisi climatica, non possiamo fare a meno di sentirci, almeno in parte, parte di qualcosa di più grande.
Da leggere ancora
