FILOSOFIA ANTICA
L'inconoscibilità dell'Uno in Plotino e l'ineffabilità della verità in Gorgia
Alessio Berlanda — 13 Luglio 2026
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La filosofia antica ha affrontato più volte l’ipotesi di un limite gnoseologico relativo alla verità, e con questo la sua possibile comunicazione.
Due filosofi dell’antichità come Gorgia e Plotino offrono risposte che, pur nascendo da due presupposti e ragionamenti completamente opposti, sembrano convergere sull'impossibilità di esprimere la verità.
Nell’opera Sul non essere (chiamata anche Sulla natura), Gorgia formula il celebre ragionamento sull'impossibilità ontologica degli enti, che si riflette poi non solo sulla loro inconoscibilità, ma anche sulla loro incomunicabilità.
Quest’ultima tesi è dimostrata contestando alla parola la capacità di significare, in modo veritativo, qualcosa di diverso da sé. In altre parole, la parola non esprime alcuna realtà esterna, ma soltanto sé stessa.
Da questo presupposto nasce quella che possiamo definire una radicale ineffabilità della verità, e il logos acquisisce un ruolo decisivo nella costruzione della realtà umana.
Plotino parte invece da una prospettiva quasi opposta. L'Uno, principio assoluto e fondamento di tutto ciò che esiste, possiede la massima realtà.
Proprio perché assolutamente perfetto e trascendente, però, non può essere descritto mediante categorie umane. Ogni definizione lo limiterebbe.
Per questo Plotino ricorre alla teologia negativa: possiamo dire soprattutto ciò che l'Uno non è, piuttosto che ciò che esso è.
Nel caso di Plotino, dunque, la verità suprema non è irraggiungibile perché inesistente, ma perché trascende il pensiero e il linguaggio.
Sia Gorgia sia Plotino riconoscono quindi un limite del linguaggio nel descrivere la realtà, ma divergono radicalmente nei loro presupposti.
Gorgia mette in dubbio la possibilità stessa di comunicare la verità; Plotino, invece, vede il limite del linguaggio derivare dall'eccesso di realtà e trascendenza dell'Uno.
In altre parole, il primo parla di una verità irraggiungibile, mentre il secondo di una verità sovrabbondante e quindi ineffabile.
Gorgia e Plotino mostrano così due volti opposti dell'ineffabilità. Nel primo caso il silenzio nasce 'dal basso', cioè dall'assenza di un fondamento ontologico che renda possibile conoscere ciò che è; nel secondo nasce 'dall'alto', dalla superiorità infinita dell'Uno rispetto alle possibilità del linguaggio umano.
Proprio questo contrasto mostra come il limite del linguaggio possa essere interpretato sia come segno della fragilità della conoscenza umana, sia come testimonianza dell'esistenza di una realtà che supera ogni parola.
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