Oltre la Caverna

Epistemologia

Come una tabula rasa: il filo epistemologico da Aristotele a Sartre

Alessio Berlanda2 Giugno 2026

5 min di lettura

Come una tabula rasa: il filo epistemologico da Aristotele a Sartre

Esiste un filo sottile che attraversa oltre duemila anni di storia della filosofia e collega Aristotele a Jean-Paul Sartre. È un filo che ruota attorno a una domanda fondamentale: l'uomo nasce con una natura già definita oppure la costruisce nel corso della propria esistenza?

Aristotele affronta questo problema nel De Anima, dove descrive l'intelletto umano come una tavoletta di cera sulla quale non è ancora stato scritto nulla, la celebre tabula rasa. Prima dell'esperienza, la mente è vuota. Rivalutando il ruolo della conoscenza sensibile, Aristotele prende così le distanze dalla teoria platonica delle idee innate. Solo il contatto con il mondo, attraverso i sensi, permette a quella superficie inizialmente vuota di riempirsi progressivamente di contenuti.

Questo filo ricco di intuizioni attraversa i secoli. Viene ripreso dagli empiristi moderni, in particolare da John Locke nel XVII secolo, fino a riemergere, in una forma diversa ma sorprendentemente affine, nel pensiero di Jean-Paul Sartre.

Il 29 ottobre 1945, durante una conferenza destinata a diventare celebre, Sartre pronunciò una frase destinata a riassumere l'intera prospettiva esistenzialista: «l'esistenza precede l'essenza». L'immagine evocata è quella di un essere umano privo di una natura prestabilita, non inserito in alcun progetto divino o biologico che ne determini in anticipo ciò che sarà.

Per Sartre la coscienza non è mai imprigionata dalla realtà. Al contrario, possiede sempre la capacità di trascenderla, progettando fini e valori nei quali riconoscersi liberamente, senza imposizioni esterne.

Il parallelo con Aristotele è affascinante: entrambi rifiutano l'idea di un uomo completamente formato prima dell'esperienza.

Tuttavia, mentre per Aristotele l'intelletto si arricchisce organizzando l'esperienza sensibile e distinguendo tra potenza e atto, per Sartre il processo assume un carattere ancora più radicale e carico di responsabilità.

Non esiste alcuna natura umana già data che stabilisca ciò che dobbiamo essere. Ed è proprio per questo che, come afferma Sartre, l'uomo è condannato a essere libero.

Ciò che unisce questi due pensatori, pur appartenendo a epoche e sistemi filosofici profondamente differenti, è il rifiuto dell'idea che l'essere umano sia completamente determinato prima del suo incontro con il mondo.

Forse è proprio questo rifiuto a rendere l'esistenza umana insieme assurda e meravigliosa. Possiamo farne tesoro non soltanto per comprendere chi siamo, ma anche per costruire consapevolmente ciò che desideriamo diventare.